27.feb.2013 Il design dei servizi al servizio delle start up: una piccola riflessione.

servizi e start up

immagine dal video http://www.campbell-mithun.com/talkinar/

Start up è una delle parole feticcio di questo momento.

Ma non è solo un feticcio, è collegata al fatto che, con la crisi economica e la disoccupazione crescente, molti giovani si “inventano il lavoro” invece che cercarlo invano, diventando imprenditori di start up che molto spesso partono da idee di servizio.

Dando un’occhiata al felice panorama delle start up milanesi è facile notare come molte siano dei servizi a metà tra digitale e materiale, che sfruttano modelli di scambio o condivisione di oggetti, prestazioni, informazioni, secondo quella che è stata definita da Botsman & Rogers la “Collaborative Consumption*” o anche “Sharing Economy”.

In Gran Bretagna ci si può confrontare con un dato molto significativo: il 97% delle imprese sociali ad alto tasso di innovazione è connessa all’offerta di servizi**. Non ho trovato dati confrontabili per l’Italia, ma esplorando il panorama dei progetti vincitori di vari concorsi banditi per start up innovative, ho notato che spesso si tratta idee di servizio, forse perché mettere in piedi un servizio usando risorse esistenti e avvalendosi della rete è una delle cose più semplici e immediate da fare.

Qualche esempio: il bando Changemakers for Expo Milano 2015 ha selezionato 10 idee, con un filtro abbastanza ampio, “utilizzare la tecnologia digitale per generare un impatto positivo su milioni di persone.”

Tra queste ho notato Recyproco, un “social network che permette di scambiarsi gli oggetti, favorire il riuso e calcolare l’impatto ambientale e sociale della condivisione”, collegando vari attori quali artigiani, artisti, aziende, imprese sociali, centri del riuso, semplici cittadini.

Vi è poi Panpan “un’applicazione per smartphone che permette di porre domande in tempo reale a persone che si trovano in una qualunque area geografica, una piattaforma di social information che permette di utilizzare Twitter per inviare domande geolocalizzate”.

Oppure ancora Knock’nswap “una multipiattaforma (virtuale e reale) per lo scambio di oggetti, competenze e tempo nella propria città che si avvale sia di un’applicazione web per la gestione delle attività online sia di spazi fisici dedicati.”

Questi sono solo degli esempi presi da un unico bando per far nascere start up innovative, e mi sembra evidente che la figura del service designer sia necessaria per progettare la meglio questi servizi.

Può sembrare scontato fare questa affermazione, ma in realtà il punto di vista di un progettista focalizzato sull’interazione con l’utente (o con la comunità di utenti) è fondamentale per la riuscita di un servizio, quanto quello di un professionista che ne studia il modello di business e l’impatto sociale/ambientale.

Non ultimo, la prospettiva apportata da un service designer riguarda anche un altro fattore fondamentale, che è quello dell’estetica dell’interazione: questi nuovi servizi in qualche maniera devono essere portatori di una nuova bellezza, al fine di creare “un luogo in cui la qualità estetica sia l’armonia derivante dalla soddisfazione delle aspettative”, come direbbe Aldo Cibic pensando a nuova idea di felicità contemporanea.***

* Botsman, R. & Rogers, R. (2010). What’s mine is yours. How collaborating consumption is changing the way we live. London: Collins.

** Alastair Fuad-luke, (2009). Design activism: Beautiful Strangeness for a Sustainable World. London and Sterling, VA: Earthscan

*** Cibic, A. (2010). Rethinking Happiness (p.21). Milano: Corraini Edizioni.

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